domenica

La difficile via della pace



 Diffuse e aporetiche rimangono le impressioni, dopo la lettura dell’ultimo libro di Giuliano Pontara (Quale pace? Sei saggi su pace e guerra, violenza e nonviolenza, giustizia economica e benessere sociale, Mimesis 2016).

Come esplicita il lungo sottotitolo, in questo volume sono raccolti sei diversi interventi del filosofo gandhiano, che attraversano e pongono in rapporto questioni diverse, ma egualmente raggiungibili se messe a fuoco attraverso la lente dell’inestricabile rapporto tra etica e politica.
Non andrò a sviluppare una recensione analitica del testo, che si presta al tempo stesso a una lettura curiosa, ma pure a uno studio attento, perché corredato di informazioni e concetti meritevoli di approfondimento. Preferisco invece mettere a fuoco pochi passaggi a mio parere significativi perché densi di difficoltà intrinseche.
In primo luogo occorre ricordare che le tesi pacifiste sono estremamente difficili da difendere su un piano teorico. Non è sufficiente arroccarsi in un rifiuto etico o religioso della violenza. Perché il dato storico e le circostanze empiriche determinano quadri complessi e scivolosi, e la semplice petizione di principio non può bastare alle esigenze dell’argomentazione filosofica. Questo è vero a partire dallo stesso concetto di guerra.
La guerra non è la stessa cosa della violenza, e non è identificabile con la resistenza. Il terrorismo sembra essere una modalità anomala di conflitto; e perché non considerare espressione di una volontà bellica anche un embargo o un “bombardamento” informatico? Se definire l’essenza stessa della guerra è un processo complesso, che necessita numerose precisazioni e puntualizzazioni, che cosa significa, allora, essere contrari alla guerra?
Negli ultimi vent’anni, inoltre, la guerra è stata ulteriormente articolata nelle sue varianti del conflitto umanitario e della guerra giusta, così come le vittime civili sono state intese come deliberatamente cercate, o riconducibili ad “effetti collaterali”. Pontara esamina le varie casistiche, si misura con quei teorici dei diritti umani che esigono una distinzione tra le stragi intenzionali e quelle accidentali, oppure con le ipotesi di ponderare una proporzionalità tra il vantaggio militare tattico e l’eventuale possibilità di uccidere degli innocenti. Tuttavia, alla fine del percorso analitico, Pontara giunge a individuare diverse ragioni per escludere l’ammissibilità di qualunque tipo di guerra. Ragioni etiche, politiche o anche semplicemente pragmatiche.
Muovendosi acutamente tra il Kant della Pace perpetua e le riflessioni di Norberto Bobbio, Pontara si rende perfettamente conto che “un’educazione morale non basta per garantire la stabilità di comportamenti pacifici, nonviolenti, moralmente virtuosi. Le istituzioni giocano un ruolo altrettanto importante” (p. 58), ed è per questo che si riaffaccia l’idea tutta kantiana del pacifismo giuridico, con la finale costituzione di uno Stato mondiale, oppure, come il filosofo di Koenigsberg avrebbe preferito, di una confederazione mondiale. Ma cosa dovrebbe prevedere questa super-istituzione politica, costituita su una sorta di democrazia planetaria? In primo luogo, sostiene l’autore, il disarmo di tutti gli Stati, riconducendo il monopolio della forza all’autorità unica, ma dotata esclusivamente di armi leggere. La sola forza non è sufficiente: “un’altra tappa è lo sviluppo del diritto internazionale e del suo ‘primato’ rispetto agli ordinamenti giuridici dei singoli stati” (p. 62). Le condizioni in cui versa l’ONU ai nostri giorni, tuttavia, sembrano dimostrare quanto siamo ancora lontani da un simile orizzonte.
Come ripeteva Gandhi, non esiste una via per la pace, perché la pace è la via. Però – c’è sempre un però in filosofia – anche per il leader nonviolento la cosa appariva più articolata di un semplice rifiuto della condotta aggressiva. Gandhi infatti respingeva la scelta pacifica raggiunta per codardia. Troppo facile essere nonviolenti perché si teme lo scontro. La nonviolenza deve invece essere una tecnica di lotta politica organizzata e basata sul coraggio, non sul timore. Meglio un guerrigliero che si difende con le armi, che un pavido che si nasconde dietro una teoria pacifista. Secondo Pontara la pratica nonviolenta ha avuto un evidente successo in alcune circostanze storiche, dimostrando la sua capacità di vittoria. È pur vero, e lo stesso autore lo ammette, che non sempre è riuscita a mantenere una sua costanza. Il conflitto armato tra India e Pakistan che ha insanguinato gli scorsi decenni, ne è una palese dimostrazione.
Interessante, nel quinto saggio, il tentativo che Pontara compie nel rovesciare il classico discorso situazionista. Riprendendo i noti esperimenti di Milgram e Zimbardo sul conformismo della violenza e sulla deumanizzazione, insieme ad altri riferimenti storici assai conosciuti, l’autore giunge a una conclusione importante, che merita una sottolineatura. Se è vero che le circostanze e i ruoli sociali possono trasformare un cittadino comune in un carnefice, così come la psicologia sociale ha ormai abbondantemente dimostrato, è allora vero anche il contrario, e cioè che una cura peculiare delle “situazioni” può favorire una condotta nonviolenta o pacifica, al posto dell’ordinaria conflittualità relazionale. Ma quale può essere l’accorgimento sociale-organizzativo tale da favorire un proliferare di opzioni nonviolente nelle scelte quotidiane delle popolazioni? È difficile rispondere a questa domanda, ma Pontara segna almeno un punto fermo, che in effetti gli esperimenti di Milgram accoglierebbero come deduzione coerente: “un fattore istituzionale che ha il suo peso al fine di ispirare e mantenere comportamenti collettivi nonviolenti, ed evitare il verificarsi di situazioni favorevoli alla escalation della violenza, è la presenza di leader ‘persuasi’ che rifiutano il ricorso alla violenza” (p. 126). Non basta, non è tutto, ma è vero che in certi contesti, magari circoscritti, la coerenza e la credibilità della leadership possono realmente contribuire alla costruzione di comportamenti prosociali.