domenica

Il museo delle penultime cose



L’ultimo romanzo di Massimiliano Boni, intitolato Il museo delle penultime cose (66thand2nd, 2017) non è solo narrazione di una profonda esperienza umana. Il libro ci mette in contatto con una comunità, con noi stessi, e con alcuni problemi politici del nostro tempo.
La vicenda si svolge in un futuro prossimo, tecnologicamente un po’ più avanzato del nostro, ma spostato più in là di circa un decennio rispetto all’epoca che stiamo vivendo. Vi si prefigura uno scenario che è già attuale: il quadro politico è segnato da un’ondata populista che vede riaffiorare intolleranze e forti pulsioni antisemite. In nome di un programma nazionale per la felicità (PNF, non a caso), la coscienza collettiva vede riaprirsi spazi per una nuova fase critica nel nostro tessuto comunitario. In questa Italia del domani, così simile a quella di oggi, sonnecchia una Roma sempre uguale a sé stessa, in cui però, nel contesto di Villa Torlonia, è stato edificato un museo dedicato al tragico destino del popolo ebraico, alla Shoah, e alla ricostruzione della biografia di tutti i deportati, in un coordinamento solido con altri istituti analoghi distribuiti in giro per il mondo.
Mantenere viva la memoria della Shoah non è semplice, e i protagonisti di questo libro fanno il possibile per promuovere iniziative pubbliche che richiamino l’attenzione dei visitatori. Il vicedirettore del museo, Pacifico Lattes, ha un profilo scientifico particolare. Esperto nell’indagine biografica dei deportati, è però terrorizzato dai campi di sterminio. Non ha mai partecipato, come il suo direttore (o come tanti testimoni), ai famosi “viaggi della memoria” organizzati per gli studenti, e non è mai stato, in prima persona, in un lager. Il solo pensiero delle sofferenze subite diventa una sorta di fobia disabilitante. Tuttavia, è un ricercatore raffinato e fortemente motivato a ridare vita, in forma ricostruttiva, a coloro che sono stati violentemente strappati alle loro famiglie, alla loro quotidianità, alla loro esistenza.
Il colpo di scena è presto rivelato dall’autore: contrariamente a ciò che tutti credevano, esiste un ultimo superstite transitato da Auschwitz, che alla soglia dei cento anni si ostina a non voler raccontare nulla della propria storia. Compito di Pacifico, a questo punto – nonostante la sua riluttanza – è quello di indagare sul caso, e provare a rievocare con quell’anziano, ricoverato in una casa di riposo, la sua storia di deportazione.
Il romanzo si sviluppa lungo questa trama, in modo lineare, restituendo con delicatezza i momenti familiari e le sofferenze personali di Pacifico Lattes, suggerendo tacitamente al lettore di provare a comprendere cosa significhi ancora oggi per un ebreo sentirsi sistematicamente bersaglio di violenza, insulti, diffidenza, irrisione. Ciò che Pacifico avverte – e noi con lui – è il pericolo costante, per sé e i propri cari. E non ha tutti i torti a sentirsi inquieto, come si scoprirà leggendo l’evoluzione della trama. La tentazione costante è la fuga, magari verso Israele. Ecco: questo forte raccoglimento identitario è un tratto significativo del libro; il senso di comunità che segna la vita degli ebrei romani e che continua ad unirli ottant’anni dopo le persecuzioni, lascia addosso una sensazione forte, che forse vale la pena di provare. Massimiliano Boni ci aiuta dunque a comprendere che la questione ebraica non è ancora chiusa, e non è solo una ferita del passato, ma rischia di essere un dramma che concerne anche il nostro futuro.
Si tratta comunque di un romanzo, non produce analisi né segnala soluzioni, ma ci trascina in una condizione sentimentale, ci fa conoscere uno sprazzo della nostra identità collettiva, e pertanto svolge con correttezza una sua funzione essenziale, poiché l’arte è conoscenza, e non semplicemente consumo culturale.
Il giudizio complessivo è dunque positivo. Lo stile apprezzabile per il ritmo. Forse la struttura narrativa e i dialoghi contengono qualche ingenuità, ma credo infine che il libro meriti di essere letto.

Soprattutto adesso, soprattutto in questi giorni.